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Rassegna stampa del: 27/06/2009 Fonte: La Repubblica

Il ritorno della transumanza

Capi raddoppiati in 20 anni
Carlo Petrini

OGGI camminerò tutto il | giorno con i pastori e le loro mandrie per difendere chilometri e chilometri di erba che hanno subito un inevitabile Un giorno con i pastori per salvare la montagna declino. La storia della transumanza nel bacino del Mediterraneo, un rito che accade ogni anno da secoli, e sempre dal 24 giugno in poi, il giorno di San Giovanni, è antica, densa di vicende, contrasti anche violenti, ricca di tradizioni e culture che si incrociano. Ma è una storia che, fino a poco tempo fa, aveva l'odore della fine. Molte sono le manifestazioni che danno avvio alla transumanza. Ogni luogo ha la sua. A Saluzzo, in Piemonte, è tradizione che la partenza sia data il primo sabato dopo San Giovanni da una messa, con il canto dell'inno del Tè Deum, celebrata alle 6 nel Duomo davanti a numerosi pastori. Fuori attende l'imponente mandria (di circa 800 capi tirati a festa, con campanacci coloratissimi ed eleganti al collo), pronta a partire per gli alpeggi. Quest'anno per dare maggiore rilievo a questo importante momento si è organizzata la manifestazione in onore dei malgari «L'ultima carovana» (programma su www.slowfoodpiemonte.com).

PER questo momento di festa si sono dati appuntamento, oltre ai pastori, professori universitari, musicisti, poeti, pittori e semplici cittadini, per celebrare tutti insieme la transumanza a piedi. È a partire dal 1.100 che si hanno notizie di leggi che regolavano questa pratica per cui i pastori spostano le bestie alla ricerca dei pascoli migliori invece di organizzare la produzione di foraggi. Dai documenti storici s'intuisce addirittura che nel "400 fosse una delle voci di entrata maggiore in regni come la Spagna, in virtù delle tasse di sfruttamento dei pascoli che furono introdotte e - si dice - riuscirono cosi a finanziare la scoperta dell'America. Oggi dal satellite possiamo ancora leggere le immagini e identificare i tratturi o ciò che ne rimane, le lunghe vie verdi, gli «erbal fiumi silenti» che servivano da strade per spostare le greggi e le mandrie da una zona all'altra.

I pascoli di montagna soffrono da quando gli agricoltori hanno iniziato a reclamare più terre per produrre più cibo, i pastori sono diventati contadini, e poi c'è stato l'avvento dell'agricoltura industriale che ha sbarrato le strade e i tratturi e spostato tutte le risorse sulle coltivazioni massive ed estensive di pianura. È un po' la storia di Caino e Abele, del contadino e del pastore, fratelli in lotta.

La figura del pastore ha perso appeal a favore del suo fratello meno individualista e più stanziale, e così si arrivati alla fine degli anni '80 con la pratica della transumanza che sembrava ormai estinta. Tuttavia oggi si assiste a un sorprendente ritorno in auge dell'alpeggio, tanto che ad esempio in Italia il numero dei capi che salgono in montagna nei mesi estivi è raddoppiato negli ultimi vent'anni.

Sembra quindi che possa esserci una seconda vita per una tradizione che, oltre a consegnarci carni e formaggi più buoni, è un vero e proprio servizio ecologico per la collettività nel rispetto del benessere animale.

Va da sé che gli animali preferiscano muoversi, scegliere da soli cosa mangiare all'interno delle centinaia di specie e varietà vegetali che costituiscono i pascoli di montagna: stanno sicuramente meglio che in una stalla fermi e imboccati a discrezione del padrone. L'aspetto importante per la collettività è che la transumanza con l'occupazione dei pascoli in altura è un fantastico strumento di controllo per la biodiversità vegetale, la pulizia dalle sterpaglie che alimentano poi i sempre più ricorrenti incendi estivi.

Con la transumanza si contribuisce a far vivere zone che altrimenti sarebbero abbandonate. Molti studi, tra questi quello del professor Cavaliere (ordinario nella facoltà di Agraria di Torino e probabilmente il più autorevole studioso italiano dei tipi pastorali delle Alpi), dimostrano ad esempio che il pascolo delle mandrie in alta montagna contribuisce in modo determinante a conservare la biodiversità della flora, che diversamente viene meno per l'invadenza e l'inarrestabile occupazione di ogni fazzoletto di terra di rododendri e pochissime altre varietà di infestanti, che pur sono bellissime a vedersi ma tolgono spazio vitale alle altre piante.

Purtroppo però la vita del pastore transumante è ben complicata. Pochi giorni fa ho conosciuto un ragazzo che dall'Appenino tosco-emiliano, nel modenese, ha fatto 250 chilometri con il suo gregge di 400 pecore, quasi fino a Ferrara. È stato costretto a seguire gli argini dei fiumi, perché non ci sono più passaggi in terre demaniali, deve lottare con i contadini che vedono il passaggio delle bestie come una sventura. Fatica a trovare strutture di sosta, che una volta esistevano e ora giacciono in rovina, e deve dormire in luoghi di fortuna. Anche gli alpeggi, con le malghe e le strutture di accoglienza, spesso sono in stato di abbandono, mentre dovrebbe essere cura delle amministrazioni locali mantenerle fruibili.

Al Nord le amministrazioni pare che si siano comportate abbastanza bene con la manutenzione degli alpeggi, ma al Sud la situazione è drammatica. Poi c'è il caso particolare di quest'anno, in cui le abbondanti nevicate invernali hanno danneggiato le strutture e, in molti casi, ricoprono ancora i pascoli, compromettendo il calendario dei malgari e dei transumanti. Si pensi che soltanto tré giorni fa in Val Varaita, proprio sopra Saluzzo, è nevicato.

La vita del pastore è dura di perse, è una scelta impegnativa fare questo mestiere, tuttavia ci sono alcuni giovani che stanno riprendendolo con tanta passione: non rendiamogli la vita ancora più difficile. 11 loro lavoro ci fa ragionare sul senso dei beni pubblici, sull'impatto della cementificazione, su quello dell'industria alimentare (che però non smette di evocare pascoli e mandrie quando si tratta di fare pubblicità) e sull'importanza della biodiversità. Non serve ricordarci di questi temi soltanto quando abbiamo la fortuna e il piacere di godere dï un buon Bitto, del Raschera o del Bra d'alpeggio, oppure di una toma fatta con il "latte stracco" (stanco), quello munto alla fine di una giornata di cammino.

Sono formaggi che restituiscono al palato tutta la ricchezza della flora, tutte le sue essenze più profumate e fanno sognare quei paesaggi mozzafiato in cui sono stati creati. Ma devono anche essere il simbolo di un ritrovato rispetto e di una tutela della figura del pastore e del malgaro, che svolge oggi una funzione quasi eroica nel suo salvare le nostre montagne, nonché tutto il bello e il buono ú che ci sanno restituire.


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